Autunno

La torre con la palla mi dà il buongiorno avvolta nella nebbia. Piove, fino e fitto, il vento sferza acqua ghiaccia sulla faccia e sui vestiti troppo leggeri. Il grigio ammazza le tinte calde: dominano il bianco sporco dei palazzi costruiti per i turchi e il color cenere che ricopre per intero le donne arabe. La gente pare abituata a questo tempo infame: mamme in maglione spingono carrozzine col tettuccio abbassato, studenti in bicicletta pedalano piano senza cappuccio, donne appassite fumano sotto alle tende dei tabaccai come davanti a un caminetto. Cerco qualcuno con cui condividere “l’occhiata”, quella che dice: “Madonna che freddo!”. Ma non trovo nessuno.Il tempaccio banchetta, metodico e arcigno, con il mio umore; la palla altissima, della stessa pasta della nebbia, sembra che controlli ogni mia mossa.

Abbasso la testa e il rosso di una bottiglia di ketchup esplosa sul marciapiede mi dà un po’ di ossigeno. Mi risollevo e, dal nulla, compaiono venti seienni in fila per due, imbacuccati, rumorosi. Ognuno di loro porta in mano un fiore giallo dal gambo lungo: un piccolo e vivace girasole – petardo, fiammella, chioccolare di merlo – che squarcia, con una capriola, la placca di grigio sconforto.

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