La gente scende compatta dal treno giallo, poi le gambe cominciano a rimbalzare sula scalinata, come gocce di pioggia su un pezzo di lamiera. Il chitarrista li accoglie con a solo complicati, io batto forte sul bidone di vernice, che sputa scaglie di calce secca sugli scalini neri e unti. Al centro dell’atrio, in faccia alla corrente dei passeggeri, questua un uomo altissimo, dagli occhi febbrili, che vuole i biglietti ancora buoni. Passano due minuti e l’atrio torna vuoto.
Arriva un vecchio nero piegato in due su una carrozzina dove sorride, in pace, una donna con la faccia di cera, grande e ovale. Il nero parcheggia la donna e si mette a frugare nei cestini in cerca di bottiglie; il bigliettaio abusivo glie ne porge una, come un dono.
Il chitarrista in attesa attacca un blues; il nero, beccheggiando sotto la gobba, si mettte a cantare: “My name is Billy, I came aus Texas”. Nel mentre arriva la gente che ci trova disposti a tonnara, come una confraternita di pescatori affamati: musicisti sulle scale, Billy frontale che canta piegato a star tak, il bigliettaio nel centro dell’atrio, la donna di cera più defilata. Qualcuno si fruga in tasca, altri sorridono intimoriti, ma tutti, senza mollare un centesimo, scorrono via come acqua da una grata.
Noi restiamo soli, a guardarci negli occhi, in attesa del prossimo treno.